Tradizioni della Val Dragone

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Il Maggio


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di Marco Piacentini

Tradizione è quello che dal passato giunge fino a noi: usanze, costumi, abitudini tramandate di generazione in generazione, accettate e consolidate come espressione di una determinata società, e diventate testimonianza diretta della sua cultura. La società che ha originato il Maggio Drammatico è quella società artigianale, agricolo-pastorale che è scomparsa negli ultimi cinquant’anni, le cui testimonianze sono ormai diventate oggetto di osservazione dei vari musei della civiltà contadina. I mutamenti economici dell’età industriale e post-industriale del novecento, hanno trasformato cose che per quelli della mia età e più erano di uso quotidiano in oggetti di studi antropologici e sociologici: e filarin, e piò, la traggia ecc... Questi oggetti della vita quotidiana di cinquant’anni fa non si usano più, non sono più funzionali alla società odierna. E così vengono relegati nei musei. Ma di quel mondo, che è ormai un ricordo, sopravvivono ancora certe forme d’arte. Tra queste il Maggio, straordinario esempio di teatro popolare che credo sia unico in Europa, ma che si ritrova in forme simili in lontani paesi (Cina, Iran).

Chi può dire come era la forma prima del Maggio, o addirittura (penso io) le forme del Maggio? Nessuno. Ma possiamo supporre che quello che adesso consideriamo tradizione, agli inizi non esistesse che in piccola parte, nei suoi dati fondamentali. E questa tradizione come è nata? Si possono soltanto fare delle ipotesi, mancando i documenti. Sicuramente ci sarà stato un susseguirsi di cambiamenti che si sono via via innestati sulla forma iniziale. Questi cambiamenti avranno riguardato ora la musica e gli strumenti per eseguirla, ora le melodie cantate, i costumi, la forma poetica; parte saranno decaduti, altri saranno stati accolti e inseriti diventando a loro volta tradizione.

In un prezioso documento dell’Archivio Parrocchiale di Vitriola, ritrovato e segnalatomi giorni fa dall’amico ricercatore e studioso prof. Luciano Ruggi, a cui vanno i miei ringraziamenti, in data 7 luglio 1792 si leggono le seguenti testimonianze riguardanti una controversia tra il Parroco Don Matteo Corti ed i parrocchiani sull’usanza del canto del Maggio. Questo Parroco accusava di "cialtroneria" "... una compagnia di giovinastri, quale ogni anno senza alcun riguardo e forse anche per far dispetto al supplicante (Don Matteo stesso) da esso ammoniti nella prima festa di maggio intervengano pomposamente in diverse foggie da commedianti vestiti ad ascoltare la messa; ammirati da tutto il Popolo, chi vestito da Re e da donne con Cimieri e corone in testa, chi da combattenti con arnesi cincinati (agghindati), chi da innamorati e innamorate, da Ruffiani e buffoni e simili.... Rappresentano, come anche nel corso del corr. anno hanno fatto strepiti di urli, canti, buffonerie, atti guerreschi e di innamorati a suono di cetre e violini saltando ivi e ballando con tutta libertà come fanno negli altri luoghi pubblici girando per la Parrocchia."

Dice il testimone a favore dei Cantamaggio, Don Giovanni Giuseppe Ruggi:

"(...) è sicuro fuossi cantato il Maggio in Casola così detto Paris e Viena (...). Che si canta per antica consuetudine ad oggetto di suffragare le anime del Purgatorio con le oblazioni, (...) che per quanto è informato li Cantamaggi vestiti da donne si ritirano nella Sagrestia Vecchia per udire la S.Messa, mentr’ egli la celebrava nella mattina della prima domenica di Maggio; e che altri, deposte fuori della Chiesa le armi di legno, cimieri, corone, assistero alla S.Messa (...). Che si è cantato nel circondario della Chiesa o Sagrato come si è sempre costumato anche in passato e ciò ad oggetto di ricavare maggior quantità d’oblazioni nel maggior concorso di popolo terriero e Forastiero. Che il Maggio si canta non per impulso del Parroco ma per antica pratica del Popolo (...) che il Maggio di Paris e Vienna si è cantato in Casola nel 1790 e in detto anno si cantò anche nella Piazza di Montefiorino e per quanto si è sentito dire si è cantato nella Piano de Lagotti, in Fontanaluccia e da altri luoghi senza che niuno siasi mai formalizzato (si sia stupito, abbia avanzato critiche) a riserva del Sacerdote Don Matteo Corti".

E’ impossibile che i guerrieri portassero nel 1790 spalline ed elmi di corpi militari che ancora non esistevano, come quelli usati oggi, le armi erano di legno, c’era il Buffone, come sicuramente non c’era la fisarmonica a fare da accompagnamento, strumento inventato nell’ottocento. E le cetre dove sono finite? E il Buffone? E certamente allora i re non portavano come segno di distinzione gli occhiali da sole, come da noi ancora in uso.

Per quanto riguarda la parte musicale non esistono ovviamente le registrazioni, ma neppure le trascrizioni del canto dei Cantamaggio di Vitriola del 1790, o dei maggiarini della compagnia di Frassinoro che col nome di "I Cantamaggio, ossia la Compagnia del Maggio" parteciparono alle offerte per la costruzione dell’organo Agati del 1821(ricordo che molti studiosi non credevano che il Maggio fosse nato prima del 1850). Personalmente però mi riesce molto difficile pensare che le melodie che ora si cantano, o che si cantavano 50 anni fa, siano quelle di allora.

Giacobbe Biondini, classe 1916, grande maggiarino, autentica memoria vivente del Maggio di Frassinoro, mi ha detto che la quartina che lui canta l’aveva imparata da tale Domenico da Tollara, quando era un bambino, e che in quel modo la cantava solo questo Domenico; gli altri cantavano in modo diverso. Così, da quel che mi risulta, succedeva anche nella Compagnia che cantava a Frassinoro nell’immediato dopoguerra: chi usava un’aria e chi ne usava un’altra. Le trascrizioni di Giosuè Battani, compositore, organista e organaro di Frassinoro, morto nel1935, riportate nel libro di Sesto Fontana, ci hanno tramandato degli intermezzi strumentali e delle arie molto diverse da quelle odierne. E’ successo che la strofa di "Ohi Marì" celebre canzone napoletana dei primi decenni del ‘900, sia diventata l’aria di un sonetto, che il motivo di "Ai nostri monti" del Trovatore di Verdi sia stato inserito nel Maggio. E’ successo che motivi di danze di estrazione colta (Il Carnevale di Venezia di Paganini, I pattinatori di Waldteufel) siano diventati intermezzi strumentali. Di queste mutazioni nessuno si è meravigliato, e sono state accettate.

Nella forma del Maggio sono avvenute nel tempo innovazioni lente, ma costanti, suggerite dal mondo che cambiava intorno. Cambiava, ma cambiava lentamente. Ora i cambiamenti nella società hanno subito un’accelerazione incredibile.

La globalizzazione dell’economia travolge tutto e tutti, mutando radicalmente abitudini, usanze, organizzazione sociale, famiglia, ritmi di vita, progetti e ambizioni personali, la nostra stessa lingua. Un mondo che per diversi secoli è rimasto immutato o quasi, scompare; gli sopravvivono le sue forme d’espressione, la cosiddetta "cultura popolare": le favole, i racconti di vita, i dialetti, le filastrocche,i proverbi, i modi di dire, i canti popolari, i cantastorie, il Maggio. Ma tutto questo non è più legato alla vita quotidiana dei nostri tempi che in minima parte, testimonianza di una cultura nata in un mondo che è vivo ormai solo nel ricordo dei più anziani. E quello che non è funzionale alla vita è destinato a cadere in disuso. Sarà così anche per la forma teatrale del Maggio?

Il teatro, sia esso popolare o colto, mette in scena dei simboli e su questi simboli intesse un racconto. La nostra emotività e la nostra fantasia sono assolutamente necessarie allo svolgimento tanto del Maggio come di una commedia, di un film come di uno sceneggiato televisivo, di una tele-novela come del teatro d’opera, completando e dando logica alla successione dei fatti.

Nel Maggio questi simboli sono ridotti all’essenziale. I guerrieri con elmo e scudo, i padiglioni ad indicare i luoghi della vicenda, una grata per la prigione, la treccia per l’uomo che recita la parte della guerriera, un nastro azzurro per il fiume o il mare, alcuni rami conficcati nel terreno per il bosco, le corona per il re e la regina, e così via. Lo spettatore completa con la propria fantasia quello che il Maggio racconta. E lo completa secondo quello che la propria formazione gli suggerisce.E per il pubblico odierno questa formazione è decisa in gran parte dalla televisione e dall’industria del divertimento, che appiattisce su delle forme standard l’intrattenimento e la cultura. Nelle trasmissioni televisive in tutto il mondo occidentale il dominio commerciale di Hollywood è assoluto, ed ha come conseguenza l’uniformarsi dei gusti e delle aspettative dell’individuo, determinando gusti e preferenze, e il modo di fruire qualsiasi forma di spettacolo; la fantasia viene imbrigliata in ottusi e ripetitivi canoni; la ricerca del successo commerciale porta all’imitazione e al ricalco, spegnendo sul nascere idee nuove, oppure rendendo marginali e soffocando l’originalità di forme antiche e diverse, come il Maggio; lo fanno apparire datato e privo di contatto con la società odierna, perchè le chiavi di lettura dello spettacolo Maggio risultano troppo difficili per il grande pubblico televisivo, troppo diverse da quelle imposte dallo strapotere dei mass media. Ma perchè poi il Maggio sarebbe inadeguato alla società d’oggi? Quelle gesta, quei testi, quelle azioni sceniche e quelle melodie non cantano fatti e sentimenti di sempre e di ogni cultura? L’amore, l’odio, l’amicizia, la guerra, la pace, il tradimento, la fedeltà, il sacrificio, la gioia, il sorriso e la risata, il pianto e la disperazione, e così via. E’ vero, ma il mondo in cui viviamo è diverso, e tutti quei sentimenti e quelle situazioni assumono un colore, un sapore ed un aspetto diverso, nel contesto della vita odierna, dove valori consolidati della nostra cultura vengono messi in discussione, dove contrapposte ideologie hanno perso i forti connotati che le distinguevano, annacquandosi o scomparendo.

Ma allora non è la forma Maggio ad essere inadeguata, anzi essa è straordinariamente aperta e duttile: siamo noialtri autori che dobbiamo inventare trame, contenuti, linguaggio, innovazioni sceniche che siano più immediate per il pubblico d’oggi; questo non vuol dire andar stupidamente incontro al pubblico con uno stravolgimento totale del Maggio, ma vuol dire innovare, sperimentare, come del resto si è sempre fatto.

Perchè? Perchè il teatro, diceva Eduardo De Filippo, è il disperato tentativo di dare una logica alla vita, e questo tentativo si rinnova col cambiare della società; altrimenti dopo la tragedia greca, o le commedie di Aristofane nessuno avrebbe più scritto nulla. Il Maggio non deve richiudersi su se stesso, fruito e fatto da una cerchia sempre più ristretta di persone, perchè allora sarà destinato alla scomparsa o tutt’al più alla sua riproposta come antica usanza per turisti curiosi o emigrati pieni di nostalgia.

Questo non vuol dire dimenticare il Maggio cosiddetto tradizionale, anzi quello va salvaguardato; e qui dobbiamo immensa gratitudine a chi ha tenuto vivo il Maggio in anni in cui sembrava anacronistico, gli stessi infelici anni in cui un tavolo di formica valeva più di uno di noce e un prezioso organo del seicento veniva barattato con una pianola elettrica.

Ma il Maggio che oggi chiamiamo tradizionale è fortunatamente documentato in tutti i modi, e per chi vuol riproporlo ci sono fonti accessibili e inequivocabili di tutti i tipi: audio, video, testi. Chi innova tenta di farsi interprete di una diversa sensibilità, di andare incontro a nuove esigenze, a stimoli diversi.La struttura formale del Maggio è apertissima, lascia spazi incredibili a chi ha fantasia.Le innovazioni sono auspicabili e benvenute, a mio parere. Ci potranno essere sicuramente dei tentativi falliti, cose che stravolgono il Maggio, cose belle e cose brutte, ma il Maggio si deve affidare al giudizio del pubblico, perché il Maggio è del pubblico.

E il pubblico del Maggio ha un mezzo infallibile per esprimere il suo giudizio sulle innovazioni: l’applauso concesso o negato.